domenica 3 novembre 2013

GUGLIELMO IL MARESCIALLO - L'avventura di un cavaliere

Vorrei segnalarvi questo avvincente libro, rientrante nella categoria "saggistica medievale".


Da molto tempo aspettavo di leggerlo con la dovuta attenzione, essendo sempre stato affascinato dalla vita di questo indomito uomo d'arme, la cui fama ha superato i secoli giungendo fino a noi.
Duby riesce ad incantare il lettore ponendo la vita di questo celebre cavaliere al centro di una narrazione romanzata avvincente ed incalzante, ricca di dettagli, spunti, impressioni personali che ben si fondono in una visione completa della quotidianità del XII secolo.
Il libro parte da un'attenta analisi e ricostruzione della vita del cavaliere, ben descritta nella biografia che il figlio (Guglielmo il Giovane) commissionò al poeta trovatore Giovanni, considerato oggi per questo motivo suo biografo ufficiale. La "Chanson di Guglielmo il Maresciallo" è considerata la testimonianza più importante dello stile di vita cavalleresco. Senza questo manoscritto oggi sapremmo ben poco di quali fossero le usanze, i tabù, la liturgia e lo stile di vita imposti dal cavalierato e ciò ci viene raccontato dal trovatore Giovanni attraverso la voce dello scudiero ed amico di Guglielmo il Maresciallo, Giovanni d'Erley.
Guglielmo il Maresciallo (In inglese William Marshal) è stato uno dei più celebri cavalieri di tutti i tempi, così definito secondo la tradizione anche dai suoi contemporanei e dallo stesso re di Francia Filippo Augusto. Egli ha vissuto secondo l'antico codice cavalleresco ed è morto all'età di circa 74 anni, (14 maggio 1219), lasciando dietro di sé un'interminabile serie di titoli ed onori. Cavaliere senza terra nato da modeste origini e distintosi in torneo per le sue doti militari, non disdegnava di battersi in giostra anche contro principi e reali, raccogliendo premi ed onori in gran quantità. Sembra che al suo attivo, alla fine della sua carriera, avesse accumulato più di 500 vittorie contro numerosi nobili e cavalieri del suo tempo, ai quali aveva sottratto (come usava in tali circostanze) denaro, bardature, armi ed armature. Giunse ben presto alla corte del re d'Inghilterra Enrico II, divenendo il protettore ed istitutore dell'erede al trono Enrico il Giovane. Purtroppo attirò le invidie di altri cavalieri e per questo venne accusato ingiustamente di avere una relazione amorosa con Margherita, moglie di Enrico il Giovane, nonché figlia di Luigi VII re di Francia. Dopo essere caduto in disgrazia e bandito dalla corte reale, Guglielmo errò per tornei in Francia ed Inghilterra, ma la fortuna girò nuovamente dalla sua parte quando Enrico il Giovane entrò in guerra contro il padre Enrico II. Egli aveva bisogno di uomini valorosi al suo fianco e per questo accettò nuovamente Guglielmo nel suo seguito, tanto più che Margherita era stata già rispedita in Francia alla corte del padre, re Luigi VII. La sorte del cavaliere però mutò nuovamente quando Enrico il Giovane morì prematuramente di dissenteria nel 1183, nei pressi del castello di Martel. Enrico in quell'occasione affidò la sua ultima volontà al prode Guglielmo, chiedendogli di partecipare al suo posto alla crociata in Terrasanta. Guglielmo obbedì disciplinatamente e si recò a Gerusalemme, da dove fece ritorno solo nel 1187. In Terrasanta era divenuto cavaliere del Tempio e quando rientrò in patria si pose al servizio del vecchio re Enrico II. Questi lo aveva intanto perdonato per aver levato le armi contro di lui quando il figlio (Ernico il Giovane) gli aveva mosso guerra. Guglielmo venne riammesso quindi nel seguito di Enrico II, combattendo al suo fianco anche quando l'altro figlio del re, Riccardo (che più tardi sarebbe stato ricordato come Cuor di Leone), gli mosse guerra dai suoi possedimenti normanni. Ben noto è l'episodio in cui, dopo aver perso la battaglia di Le Mans, Enrico II fuggì dal campo inseguito da Riccardo e per questo Guglielmo si oppose a quest'ultimo, caricando contro di lui a lancia spianata. Guglielmo disarcionò Riccardo colpendone il cavallo e quest'ultimo ricordò l'episodio quando alla morte di Enrico II divenne re d'Inghilterra. Riccardo Cuor di Leone in quell'occasione chiese a Guglielmo di giustificarsi per aver attentato alla sua vita, ma il cavaliere rispose semplicemente che "se avesse voluto ucciderlo, data la propria superiorità nell'uso delle armi, lo avrebbe fatto senza problemi"... Guglielmo, a Le Mans, sapeva bene che stava fronteggiando un membro della famiglia reale e per questo aveva risparmiato Riccardo abbattendone con la lancia solo il cavallo. L'episodio avrebbe potuto concludere la carriera di Guglielmo, ma Riccardo gli riconobbe il valore delle sue intenzioni, mostrandosi generoso e lungimirante. Egli era pur sempre un cavaliere al servizio del re ed aveva giurato fedeltà ad Enrico II, dunque perché rimproverargli una simile lealtà?! Dunque agli occhi di Riccardo il prode Guglielmo si era comportato degnamente.  Da quel momento in poi la vita del cavaliere è costellata di avventure, disavventure e successi tipici della vita di un uomo d'arme del XII secolo. Riccardo gli permise di sposare la nobile Isabella, contessa di Striguil e Pembroke. Guglielmo divenne così I conte Pembroke, ereditando anche ricchi possedimenti in Normandia, per i quali dovette fare atto di omaggio e vassallaggio allo stesso re di Francia. Ormai elevato al rango nobiliare, seppe comprendere gli uomini di potere del suo tempo, agì sempre saggiamente ed evitò di seguire Riccardo alle crociate, preferendo restare in Inghilterra per proteggere il proprio casato dalle insidie di Giovanni senza Terra.  Alla morte di Riccardo Cuor di Leone, servì il nuovo re Giovanni Senza Terra e fu tra i nobili baroni che ratificarono la Magna Charta, considerata oggi il primo embrione delle democrazie moderne. Alla morte di Giovanni  divenne tutore del giovanissimo Enrico III, assumendo la reggenza della corona d'Inghilterra fino a quando il re avesse avuto l'età giusta per governare. Guglielmo protesse gli interessi di Enrico III fino all'ultimo giorno della sua vita ed agì con i poteri di un re fino alla morte. Durante la sua vita partecipò a numerosi scontri armati, dimostrando grande valore e lungimiranza. Combatté la sua ultima battaglia a Lincoln, nel 1217. Morì di vecchiaia nel proprio letto, (cosa rara per quei tempi) nel castello di Caversham. I suoi funerali furono degni di un grande sovrano e vi partecipò tutta la nobiltà del regno.  Al suo fianco, in punto di morte, c'erano le tre figlie, la moglie, il fidato Giovanni d'Erley, i cavalieri della sua casa e solo quattro dei cinque figli maschi. (Il secondogenito, Riccardo, a quel tempo si trovava per suo volere alla corte del re di Francia, Filippo Augusto).

William Marshal 1st Earl of Pembroke 
(Effige tombale con usbergo in cotta di maglia che cinge il volto, nel tipico stile alto medievale)

Guglielmo fu sepolto secondo la propria volontà nella chiesa del Tempio, a Londra, ed ancora oggi riposa assieme ai suoi confratelli templari. Prima di morire, com'era costume fare per un uomo del suo calibro, si liberò di tutti i beni materiale e delle ricchezze accumulate. Affidò al primo genito Guglielmo il Giovane i vasti possedimenti ottenuti dalla dote della moglie, premiò gli altri figli maschi con terre e ricchezze minori, affinché non invidiassero il giovane Guglielmo. Si congedò dalle figlie, ormai tutte maritate con nobili inglesi eccetto la più giovane, (la cui virtù affidò al primogenito Guglielmo) e dalla moglie in lacrime al suo capezzale. In fine donò molte ricchezze alla chiesa ed ottenne così l'assoluzione dei peccati dal legato papale. Premiò i cavalieri della sua casa ed il suo scudiero Giovanni d'Erley con pellicce e tessuti pregiati ed infine cedette ciò che rimaneva ai poveri ed agli ordini mendicanti. All'ordine del Tempio Guglielmo lasciò una preziosa stoffa orientale che aveva riportato dalla Terrasanta ed ordinò che almeno cento poveri fossero sfamati e vestiti il giorno del suo funerale. "Così che nessuno avesse a lamentarsi di lui...". Così, ormai padrone solo del sudario candido che lo vestiva e con l'anima libera dal peso dei beni terreni, l'uomo più potente del regno d'Inghilterra spirò il 14 maggio 1219.
CONCLUSIONI:
Guglielmo visse secondo quelle antiche regole del cavalierato che gli imponevano fedeltà assoluta al proprio signore, sia come uomo d'arme che come vassallo; lealtà, lungimiranza, amore, generosità,  rispetto dell'avversario, disprezzo della ricchezza personale, fede in Dio e coraggio in battaglia caratterizzarono fermamente la sua esistenza, mentre attraversava tutte le tappe dogmatiche poste lungo il percorso del  "buon cavaliere". Non possiamo aspettarci di riconoscere in lui l'icona classica dell'eroe senza macchia e senza paura, poiché egli visse in tempi brutali, durante i quali la visione dei diritti sociali e dei diritti umani aveva tutt'altra connotazione rispetto all'odierna e la violenza in quanto tale faceva parte di questo grande disegno.Guglielmo visse al meglio i suoi giorni, spese ogni anno della giovinezza errando e combattendo in guerre e tornei, nella disperata ricerca di un signore da servire che lo premiasse con un titolo. Come molti altri giovani cavalieri di quel tempo, ambiva infatti ad una ricca dote, ad un matrimonio che gli consentisse di elevarsi al rango della nobiltà cavalleresca. Vi riuscì senza dubbio, ma benché il testo lasciatoci dal trovatore Giovanni tenda a descriverci una figura integerrima e gloriosa, lo stesso Duby disegna il ritrato di un uomo imperfetto vissuto in un mondo altrettanto imperfetto, cresciuto in una società piena di vincoli e rigide regole sociali. Guglielmo il Maresciallo morì giusto in tempo per non assistere all'inizio dell'inesorabile declino subìto dai valori della nobiltà cavalleresca a partire dal XIII secolo, causata dall'incalzante affermazione del ceto borghese e di un'economia europea basata sul commercio.

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