martedì 27 gennaio 2015

Nuovo libro in bibliografia

PETER GREENHILL - MARIO VENTURI

CREATING MINIATURE KNIGHTS
CAVALIERI IN MINIATURA


Un'opera poliedrica, completa ed esaustiva, adatta ad un pubblico appassionato tanto di medievalistica, quanto di modellismo statico.
Il libro qui descritto non contiene tecniche per la pittura o per la realizzazione artistica di figurini storici, bensì un testo ricco di descrizioni storiche accompagnato da ottimo materiale fotografico, che assieme illustrano con dovizia di particolari il mondo delle armi dei secoli XIV e XV d.C.
Gli autori, avvalendosi di figure in scala 54mm, illustrano in modo dettagliato le tecniche di combattimento e l'evoluzione delle armature che caratterizzarono il periodo da noi conosciuto come Basso Medioevo.
Il testo prende in esame tre episodi emblematici della Guerra dei Cent'anni: La battaglia di Crecy, la battaglia di Poitiers e la battaglia da Azincourt. Di notevole interesse sono le tavole a colori raffiguranti le araldiche dei cavalieri inglesi e francesi che presero parte alle tre diverse campagne in Francia. Le battaglie vengono descritte con estrema accuratezza, arrivando anche a distinguere quali cavalieri caddero sul campo e quali furono fatti prigionieri.
Grazie alla maestria dell'artista Mario Venturi nel ricreare intere battaglie in 3D, accompagnata dalla competente ricerca storica svolta da Greenhill, il volume rappresenta un'opera veramente singolare, attraverso la quale il lettore riuscirà ad acquisire un panorama completo dell'evoluzione bellica di quel periodo. Come in ogni altra opera dedicata all'esplorazione del medioevo, anche in questo caso lo studio delle fonti risulta di fondamentale importanza. Affreschi, effigi tombali, bassorilievi e codici miniati garantiscono un buon livello di informazioni per poter realizzare una coerente ricostruzione storica. Da questo punto di vista parte l'intera opera qui proposta.
Altro aspetto davvero pregevole è il testo esplicativo bilingue Inglese-Italiano, presente in ogni pagina. 











lunedì 22 settembre 2014

Tecniche d'assedio ed arte iconografica. Parte 11

Questa miniatura, proveniente dalle Cronache del Villani, raffigura la distruzione delle mura e della città di Firenze ad opera delle truppe di Totila, re dei Visigoti, il quale si rese anche colpevole del martirio del vescovo e degli altri sacerdoti della città. Il contesto è quello delle guerre goto-bizantine, che insanguinarono l'Italia centrale e meridionale nel corso del V e VI secolo d.C. 
Dopo la riconquista della città, ad opera delle truppe di Nersete, i bizantini ricostruirono le mura, ma ridussero sensibilmente il perimetro difensivo di Firenze. Le continue scorrerie dei popoli provenienti dal Nord, le carestie provocate dalla devastazione delle campagne e le conseguenti pestilenze avevano infatti prodotto una tale contrazione della popolazione da richiedere un drastico rimodellamento delle mura, riducendone il tracciato rispetto alla più antica cerchia romana. Molte aree abitative vennero abbandonate, alcuni edifici pubblici smantellati ed il materiale edile impiegato per produrre nuove mura. Ben poco resta oggi di tali fortificazioni e l'unico esempio architettonico visibile ancora oggi è rappresentato dalla Torre della Pagliazza.
Interessante notare come l'autore dell'icona abbia rappresentato le mura nel tipico stile bizantino, con torri di candida pietra calcarea dominate da cupole dorate di foggia orientale. L'unica struttura riconoscibile al centro della scena è il battistero di San Giovanni, nel suo ben noto stile romanico-paleocristiano.
I soldati che si trovano al margine destro della scena indossano il vestiario militare in uso tra le fanterie del secolo XIII d.C., che ovviamente non coincide con lo stile del periodo goto-bizantino. Costituisce comunque un buon esempio per l'osservazione delle armature in uso tra XII e XII secolo: Una lunga cotta d'arme copre la sottostante cotta di maglia ed un ampio chapél de fer (cappello di ferro munito di falda larga) sovrasta il cappuccio in cuoio che avvolge la testa, lasciando intravedere solo l'ovale del volto. Uno scudo a forma di mandorla appare appeso al braccio sinistro di uno dei due armigeri, rivestito con tela colorata ed adornato con un'araldica. Totila viene rappresentato a sinistra, raffigurato con lo scettro in mano e con il tipico vestiario del cavaliere del secolo XII-XIII. Egli indossa un'armatura che copre interamente il busto, dotata di protezioni per le ginocchia e per le braccia; probabilmente l'intera armatura del corpo e le rotelle a protezione delle giunture sono probabilmente realizzate in cuoio bollito, un materiale molto usato in quel periodo. La testa appare protetta da una cervelliera di ferro, sulla quale si poteva anche calare il grande elmo pentolare, mentre dal cinturone legato in vita pende una corta daga, utile da usare di punta per farsi strada tra gli anelli delle cotte di maglia, oppure nelle visiere degli elmi. Curioso il fatto che l'autore abbia rappresentato il re dei Visigoti con una folta barba rossiccia, probabilmente per indicarne le origini nordiche (o maliziosamente "imperiali"???) del soggetto. Ricordiamo che il Villani scrive le sue Cronache in un periodo durante il quale è ancora molto sentita la controversia tra Papato e potere imperiale.
Nel complesso l'immagine risulta di forte impatto emotivo, con la raffigurazione di una scena di totale devastazione e crudeltà. L'efferatezza del contesto è dimostrata dall'esecuzione sommaria alla quale vennero sottoposti i ministri ecclesiastici fiorentini: le vittime inginocchiate davanti ai carnefici e le teste separate dal corpo, col sangue che sgorga a fiotti dai colli recisi.
Ciò dimostra che un assedio poteva concludersi in molti modi. Sebbene non fossero poi così comuni le devastazioni di questa portata, soprusi, saccheggi, esecuzioni di massa e stupri erano la conseguenza usuale alla quale venivano sottoposti i vinti. Se la città aveva opposto un'accanita resistenza, l'esercito assediante ed il suo comandante si sentivano moralmente autorizzati a punire spietatamente coloro che avevano osato arrecargli il maggiore danno. In altri casi la divergenza ideologica religiosa poteva dar luogo a vere e proprie epurazioni, come nel caso sopra citato.






venerdì 18 luglio 2014

Tecniche d'assedio ed arte iconografica. Parte 10

BATTAGLIA DI SLUYS
BATTAGLIA DI LA ROCHELLE
Nei testi di warfere medievale la guerra navale spesso ricopre una sezione marginale. Eppure fin dall'antichità possedere una flotta ben munita significava disporre di una risorsa fondamentale per il controllo dei mari e delle tratte commerciali. Durante gli assedi di città costiere i navigli da guerra potevano essere impiegati per bloccare i porti, impedendo così il rifornimento della città assediata. In altri casi invece l'invasione poteva essere condotta direttamente dal versante marittimo ed in questo caso l'esercito assediante si sarebbe impegnato nella conquista delle fortificazioni portuali. Per scongiurare una simile minaccia tutte le maggiori città costiere si erano dotate di adeguate contromisure, come ad esempio torri di avvistamento disposte lungo la costa, massicce fortezze costruite all'imbocco dei porti (dotate di bastioni e batterie di artiglieria), oppure immense catene disposte all'ingresso del porto per impedire l'ingresso di navi nemiche. Rischiare l'ingresso in un porto ben protetto costituiva un'impresa quasi impossibile e per questo motivo si preferiva pattugliare le acque nelle immediate vicinanze, limitandosi ad impedire l'ingresso di rifornimenti in città. Se però gli assediati venivano raggiunti da una provvidenziale flotta di liberazione, poteva aver luogo una vera e propria battaglia navale atta a spezzare l'accerchiamento della città. Nelle due icone qui riportate sono rappresentate due delle maggiori battaglie navali della Guerra dei Cent'anni. La battaglia di Sluys e quella di La Rochelle.
Ad una prima analisi dell'immagine si nota chiaramente un gran numero di navi del tipo "Cocca", dotata di un singolo albero maestro e due alti castelli difensivi, rispettivamente a poppa ed a prua.
La cocca fu una tipologia di nave largamente diffusa nel Medioevo, a partire dal secolo XII. Probabilmente si trattava di una evoluzione del Cogh o di altri navigli già largamente diffusi nei mari scandinavi, ideata sotto l'impulso della lega anseatica per il miglioramento dei commerci sulla costa Atlantica, nel mare del Nord e nel Baltico. La cocca era infatti una nave adatta a solcare questi turbolenti mari, mentre nel Mediterraneo e nell'egeo (tradizionalmente considerati mari chiusi e meno agitati), si era sviluppata un'altra tipologia di nave, derivata dall'antico Dromone bizantino e destinata ad avere grande fortuna tra le repubbliche marinare: la Galea.
La Cocca poteva raggiungere mediamente le 1.000 tonnellate di stazza e con i suoi alti castelli difensivi di prora e di poppa costituiva anche un'eccellente nave da guerra. L'incastellamento della nave, non presente nei modelli precedentemente utilizzati per il commercio, era una novità originata probabilmente dall'esigenza delle città anseatiche di proteggere i propri convogli mercantili dalla pirateria. Nelle immagini qui riportate possiamo notare numerosi arcieri e balestrieri posizionati sui castelli e sulla coffa (la torretta posta in cima all'albero maestro), intenti a scagliare frecce contro gli avversari. I fanti si sono invece lanciati all'arrembaggio della nave nemica, dando luogo ad un serrato corpo a corpo nel quale si notano numerosi soldati che precipitano in mare. Il timone delle Cocche è ancora del tipo tradizionale, con una barra di manovra posta a poppa e le vele risultano invece di forma quadrata, a differenza delle vele triangolari che contraddistinguono le galee e gli sciabecchi mediterranei. I soldati indossano bacinetti, cappelli ferrati ed armature deltutto simili a quelli delle normali fanterie, pertanto risulta ragionevole pensare che a quel tempo non vi fosse differenza tra l'equipaggiamento delle truppe terrestri e quelle impegnate in azioni marittime.
Importante ricordare che la battaglia di Sluys fu combattuta il 24 Giugno 1340 tra la flotta inglese di Edoardo III e quella francese di filippo VI, comandata dall'ammiraglio Hugues Quieret. Fu la prima grande battaglia navale della Guerra dei Cent'anni e sembra che Edoardo III abbia assunto il comando diretto della flotta durante le operazioni di combattimento. Lo scontro risulta storicamente importante perché portò all'annientamento della flotta francese, rendendo così impossibile un'invasione dell'Inghilterra e spostando l'intero svolgimento della guerra sul territorio francese per i successivi centosedici anni...

sabato 28 giugno 2014

Tecniche d'assedio ed arte iconografica. Parte 9



In questa immagine tratta da un manoscritto d'epoca si notano altri aspetti d'interesse riguardanti le tecniche d'assedio impiegate nel medioevo. Come già detto in alcuni post precedenti la conquista di una fortificazione poteva risultare estremamente complicata, soprattutto quando si trattava di una grande città. Queste infatti, se dotate di mura ben munite, risultavano praticamente impenetrabili. L'abbondante presenza in città di mulini, orti e magazzini colmi di provviste, poteva rendere difficile prendere per fame i difensori. Inoltre la presenza di pozzi, cisterne, o in alcuni casi fiumi che scorrevano all'interno della cinta muraria,  potevano garantire una riserva d'acqua inesauribile. Dunque agli assedianti non restava altra scelta che prepararsi ad un'estenuante operazione di accerchiamento, isolando la città dal resto del mondo ed impedendole così di rifornirsi di viveri e uomini abili al combattimento. Contemporaneamente sarebbero iniziati i lavori di ingegneria militare, come ad esempio vaste operazioni di sterro per deviare il corso dei fiumi (togliendo acqua preziosa agli assediati e prosciugando il fossato difensivo), oppure lo scavo di gallerie sotto le mura per provocarne il crollo. Inoltre si sarebbero costruite torri d'assedio, arieti coperti da tettoie (chiamati anche "gatti") e le immancabili scale a pioli per assaltare le mura. In fine si sarebbe fatto largo uso di artiglierie meccaniche (trabucchi, mangani, catapulte) ed a polvere nera, nel tentativo di aprire una breccia nelle mura, o più semplicemente lanciare carcasse di animali infetti per diffondere una pestilenza tra i difensori, (uno dei primi esempi di guerra batteriologica). Ma per mettere in atto un così complesso sistema di tecniche d'assedio occorrevano degli accampamenti militari dotati di difese stabili, che consentissero una permanenza sicura in loco per settimane o addirittura mesi. Questo anche in ragione del fatto che niente avrebbe potuto impedire ai difensori di compiere delle "sortite", nel disperato tentativo di rompere l'accerchiamento nemico. Per proteggersi da una simile evenienza venivano quindi costruite delle "bastide", detti anche "baluardi" o "boulevard". Semplici fortificazioni di legno, costituite da palizzate e terrapieni, con le quali gli assedianti difendevano i propri accampamenti. L'immagine che riportiamo in questo articolo ci mostra chiaramente un esempio di baluardo eretto dagli attaccanti davanti ad una delle porte della città assediata. Ovviamente le bastide venivano allestite in corrispondenza delle vie d'accesso principali, delle porte fortificate e nei pressi dei porti; tutto ciò a scopo di disturbo e contenimento. Nell'immagine vediamo quindi gli aggressori difendersi dietro una muraglia di legno, mentre scoccano frecce verso le mura della città. Una nave, probabilmente una cocca, simboleggia la flotta che pattuglia le acque di fronte al porto cittadino per impedire i rifornimenti dal mare.  I difensori rispondono con una pioggia di dardi e la città appare ben fornita di bastioni, caditoie ed un munitissimo barbacane che precede un ponte fortificato sospeso sopra il fossato.

domenica 15 giugno 2014

Tecniche d'assedio e arte iconografica. Parte 8


Dopo un lungo silenzio, causa problemi informatici con il PC, ecco a voi un altro episodio della serie dedicata all'arte iconografica ed alle tecniche d'assedio.
In questa immagine viene raffigurato l'assedio di Rodi del 1480. Gli Ottomani assediano l'ultima roccaforte dei cavalieri Ospitalieri, il luogo dove l'Ordine dell'Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme si era ritirato dopo la caduta di Acri e di ciò che restava dei regni Latini di Terra Santa, nel 1291. Nell'ottica di un'espansione militare verso l'occidente, Rodi appariva agli occhi degli islamici un caposaldo che doveva essere conquistato ad ogni costo, poiché troppo vicina all'Anatolia per essere ignorata.  I cavalieri Ospitalieri riuscirono comunque a respingere gli assedianti, mantenendo il possesso dell'isola per altri 42 anni. Rodi cadrà infatti a seguito di un secondo assedio, condotto sempre dagli Ottomani nel 1522. Dopo aver perso Rodi, i cavalieri Ospitalieri si insediarono a Malta, dove poi assunsero il nome odierno di "Cavalieri di Malta".
In questo caso l'artista, (quasi certamente occidentale), ha utilizzato soggetti a lui familiari, anche nella rappresentazione dell'esercito Ottomano. Si nota una grande varietà di galee, che simboleggiano la flotta turca in avvicinamento al porto fortificato di Rodi. Sebbene queste navi dalla forma affusolata e dal basso pescaggio fossero estremamente diffuse nel Medioevo, difficilmente sarebbero state impiegate dagli Ottomani, poiché questi ultimi prediligevano altri tipi di vascelli, come gli sciabecchi ed i caicchi.
La galea era una nave di derivazione antica, spesso considerata come un'evoluzione del dromone bizantino, il quale a sua volta derivava dalla trireme romana. Si trattava di una nave a scafo stretto e piatto, adatta ai mari chiusi come il Mediterraneo e l'Egeo, veloce ed agile, dotata di vele triangolari e di vari ordini di rematori. L'equipaggio ai remi era spesso costituito da schiavi o galeotti ed è per questo motivo che venne chiamata galea o galera. Le grandi potenze marinare come ad esempio Venezia, Pisa, Genova, Amalfi, ne fecero largo uso tanto per il trasporto mercantile quanto per scopi militari. La galea si componeva di un unico ponte all'aperto, sul quale trovavano posto i viaggiatori. Sotto coperta si trovava la stiva per le merci e gli animali, oltre agli spazi riservati ai i rematori. La poppa era coperta da una sorta di castello, in genere adibito ad alloggio privato del comandante o dei suoi ospiti. Con l'avvento delle armi da fuoco, le galee da guerra vennero dotate di piccole bombarde e bocche da fuoco montate su appositi affusti girevoli. Calibri più grandi erano invece sistemati a prua ed a poppa, con un angolo di puntamento esclusivamente anteriore e posteriore. Le galee possedevano più alberi e velature di forma triangolare (qui volutamente rimossi dall'autore, probabilmente per motivi estetici). Nell'immagine appare chiaro che gli Ottomani stanno sbarcando truppe sulla riva di un'insenatura, servendosi di scialuppe ed imbarcazioni più piccole. I soldati turchi sono raffigurati con ampi turbanti e scudi colorati, mentre le loro navi recano l'araldica della mezzaluna sul cielo del castello di poppa. Le munitissime difese di Rodi appaiono ricolme di armigeri cristiani, pronti a sostenere l'urto delle armate turche. L'araldica dei cavalieri Ospitalieri (Una croce bianca in campo rosso) appare tanto sulle cotte d'arme degli armigeri quanto sui vessilli che sventolano alla sommità dei torrioni. L'ordine di San Giovanni Ospitaliere di Gerusalemme adottò la cotta d'arme rossa solo alla fine del secolo XIII. Prima di allora i cavalieri ed i sergenti dell'Ordine usavano indossare tuniche di colore differente (nero per i cavalieri e marrone per i sergenti), sempre decorate con una croce bianca sulla spalla o sul petto. 
Il mastio difensivo qui raffigurato, che protegge il porto di Rodi, è un ottimo esempio di opera ingegneristica del basso Medioevo: un torrione circolare, dotato di più aperture per bocche da fuoco, che dimostra la sempre maggiore importanza assunta nel Medioevo dalle armi a polvere nera. La batteria di bombarde è in grado di aprire il fuoco a 360°, proteggendo tutti i lati del porto e rendendo così estremamente pericoloso l'avvicinamento per le navi nemiche. Il torrione è collegato alla città da una striscia di terraferma, protetta a sua volta da una bastida costituita di palizzate in legno. Nella parte bassa dell'immagine appare chiaro che gli Ospitalieri stanno compiendo una sortita, nel coraggioso tentativo di difendere da un assalto degli Ottomani un punto debole delle difese. Sulle mura merlate della città si scorgono invece alcuni arcieri, mentre sul tratto più lontano dei bastioni, (parte alta dell'immagine) si scorgono alcune batterie di bocche da fuoco stese a terra tra le merlature; gli artiglieri stanno aprendo il fuoco contro le scialuppe in avvicinamento ed anche contro le orde di nemici che sembrano aver preso terra conquistando un primo tratto di fortificazioni.

venerdì 30 maggio 2014

Nuovo libro aggiunto in bibliografia

Antonio Losi
VALDARDNO 
LUGLIO 1944


Dettagliata descrizione delle fasi di liberazione del Valdarno, concentrate in un'opera ricca di particolari e materiale fotografico. La valle del fiume Arno costituisce fin da tempi antichissimi una terra di transito, in quanto attraversata da tre ramificazioni principali della via Cassia: la Cassia di fondovalle, la Cassia Vetus e la Cassia Adrianea. Durante il secondo conflitto mondiale il Valdarno fu testimone di violenti scontro armati, che videro coinvolte numerose forze tedesche ed angloamericane. Avendo il preciso scopo di rallentare l'avanzata degli Alleati, l'esercito tedesco stabilì una linea difensiva denominata "Arno Line", che si posizionava in mezzo a due ulteriori sbarramenti: la Linea Trasimeno (più a Sud, verso Arezzo) e la Linea Gotica (più a Nord, verso Firenze). Molte furono le forze messe in campo e la resistenza offerta dalle truppe tedesche portò ad una lenta e sanguinosa liberazione dei singoli centri urbani presenti nella zona. S. Pancrazio, Capannole, Bucine, Pogi, Montevarchi, Ricasoli, Levane, sono soltanto alcune delle località che subirono le tragiche conseguenze di questa guerra. Il libro del Losi ripercorre ciascun evento bellico con dovizia di particolari, attraverso mappe strategiche ed una minuziosa ricostruzione dei fatti avvenuti nel mese di Luglio del 1944. Di particolare rilievo risulta l'elenco dei caduti civili di Montevarchi, uomini e donne rimasti uccisi da schegge di granata o giustiziati dalle truppe germaniche